Elezioni Europee 2019

L’Europa

più unita è il fondamento razionale delle nostre speranze:vivere in un mondo sicuro della pace, sostenibile sotto il profiloambientale, economico, sociale.

L’Europa più unita è anche uno strumento essenziale per asciugare le fonti delle nostre paure: il terrorismo fondamentalista islamico, la disoccupazione tecnologica, il riscaldamento globale, l’immigrazione non governata.

Una più forte integrazione tra i Paesi dell’Area Euro è la condizione per essere protagonisti, alla pari con gli

USA e la CINA, di nuove forme di Governo Globale. Noi europei abbiamo la potenza culturale,economica e sociale necessarie.

Ma c’è un deficit di volontà politica che solo gli elettori, il 26 maggio prossimo, possono annullare.

 

Bilancio dell'Area Euro. Subito

Draghi (Presidente BCE): “Una politica di bilancio adatta può aiutare non solo la ripresa, ma anche sulla questione dei surplus esterni”. In poche parole: una spesa pubblica più elevata per investimenti farebbe comodo a tutti:un po’ più di inflazione, un’economiapiù vivace. Raccomandazione che vale, nell’Area Euro, in particolare per la Germania. Per gli altri Paesi, tra cui l’Italia, la spesa pubblica aggiuntiva per gli investimenti può venire anche dal bilancio dell’Area Euro. Francia

e Germania sono d’accordo (vertice
di Meseberg). Il Governo italiano, in Europa, o non dice e non fa nulla,
o parla d’altro. Un comportamento autolesionista. Il bilancio dell’Area Euro è il primo, realistico obiettivo del PD

Brexit e Lega-M5S:
dopo gli applausi, il silenzio

Non si contano gli esponenti leghisti e grillini che gridavano urràall’idea della Brexit, festeggiavano per il referendum inglese e dichiaravano che gli italiani avrebbero dovuto seguirne l’esempio. Oggi -mentre il Regno Unito rischia il collasso e si ha la prova che nessuno dei sostenitori della Brexit aveva un piano per gestirla- sperano in silenzio che gli italiani non ricordino le loro manifestazioni di irresponsabile entusiasmo.

Energia: Enea, sui condomini possibile 1milione di interventi con risparmi fino al 60%.

Gli ecobonus del 70% e del 75% e i nuovi meccanismi previsti dalla legge di bilancio per incentivare la riqualificazione energetica dei condomini possono attivare già da quest’anno ingenti investimenti, con benefici per il rilancio della filiera edilizia e dell’occupazione e per ridurre i consumi fino a 60% del totale.

“Moltissimi cittadini vivono in grandi condomini costruiti negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 nelle periferie, senza nessuna attenzione agli aspetti energetici:su questi immobili non sono mai stati fatti interventi diefficientamento che invece potrebbero far risparmiare fino al 60%dei consumi” ha sottolineato il presidente Testa.

“I nuovi meccanismi introdotti dalla manovra finanziaria consentono a tutti, anche a coloro che non hanno capienza fiscale sufficienteo che ritengono di non essere in grado di utilizzarle, di cedere le detrazioni a chi decide di farsi carico degli interventi. Si capisce, quindi, la valenza energetica ambientale ed anche sociale di questostrumento su edifici e quartieri che sono spesso fra i più degradatidel Paese”. “I nuovi meccanismi e la circolare dell’Agenzia delle entrate in uscita aprono nuovi spazi per la cedibilità degli ecobonus, nel rispetto delle regole europee di bilancio e consentono di far decollare gli interventi più volte sollecitati da settori importanti della nostra economia” ha dichiarato il viceministro Morando.

 

VIVA CAVOUR E LA TORINO –LIONE

Il governo gialloverde cerca di bloccare la realizzazione della nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione.

Il Ministro competente (?) Toninelli si è chiesto perché mai si debba andare da Torino a Lione.
Nel 1846, Cavour aveva una risposta chiara: “...sotto il profilo commerciale, l’Italia può riporre grandi speranze
nelle ferrovie...

Facendo in qualche modo svanire la barriera delle Alpi che la dividono dal resto dell’Europa e che risultano
così difficili da attraversare...”.

L’area economica integrata cheva da Trieste a Lione ha generato, nel 2016, un Pil più grande dell’intera Spagna. Più grande della somma di Baviera e Baden Württemberg. Più grande di due Polonie.

Una volta e mezza i Paesi Bassi. Ad ovest, però, questa area ha un problema di integrazione:la mobilità attraverso le Alpi è del tutto insufficiente.

Fonte foto e testo T orino T oday - 04 marzo 2019

È Sergio Chiamparino il primo che Nicola Zingaretti ha voluto incontrare da neo segretario del Partito Democratico. Lo ha voluto fare perché il presidente della Regione Piemonte sono mesi che si sta battendo in prima linea contro il blocco dei lavori per la realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione.

Ho lavorato con Enrico Morando, quando siamo stati assieme al MEF, come ministro e come vice ministro. Enrico aveva una delega chiave, si occupava del Bilancio. In questo compito èstato prezioso. Per collegare la generale strategia di definizione del bilancio con la sua traduzione in provvedimenti specifici e per la difficile gestione del dibattito parlamentare. Compitoche richiede non solo conoscenza profonda delle procedure ma anche grande sensibilità politica e capacità di mediazione.Enrico è stato molto efficace in tutti gli argomenti che venivanoanalizzati nella vita del MEF. Mi sono sempre avvalso dei suoi suggerimenti, anche quando, a volte, non li condividevo del tutto. La sua capacità di coniugare tecnica, competenza legislativa, analisi economica e sensibilità politica saranno ancora più utili quando, come mi auguro, Enrico porterà la voce del paese nel Parlamento Europeo.

Pier Carlo Padoan

Sono Vittorio Gifra e nel gennaio 2017 ero tra gli esuberi della Cementir Italia di Arquata Scrivia. Ricordo che grazie all’intervento dell’allora vice ministro dell’economia Enrico Morando fummo tutti ricollocati nel Terzo Valico, evitando la perdita del posto di lavoro. Sarò sempre riconoscente ad Enrico per averci aiutato in un momento così cruciale edifficile.

Vittorio Gifra

Nel 1976, a 26 anni, Enrico Morando viene eletto segretario provinciale del PCI di Alessandria. Nel 1988, è l’estensore
-con Rinaldo Bontempi- del manifesto federalista del PCI piemontese, che propone una svolta federalistica nella linea di politica istituzionale del partito. Migliorista, nel 1986 propone al Congresso del PCI di stabilire “rapporti anche organizzativi con i partiti dell’Internazionale Socialista”. Proposta in un primo tempo respinta, poi accolta nei fatti con la svolta della Bolognina (1989). Eletto senatore nel 1994, è membro della segreteria nazionale del PDS e poi dei DS. Nel 2001, propone al congresso dei DS di Pesaro una mozione di orientamento liberalsocialista, che sostiene l’urgenza di costruire un unitario partito riformista. In nettissima minoranza a Pesaro (10.000 voti, il 4%), questa posizione sarà poi accolta nei fatti nel 2007, quando nasce il Partito Democratico. Collabora con Veltroni alla stesura del celebre discorso del Lingotto e redige poi il programma del neonato PD per le elezioni del 2008. Dopo queste elezioni, è il coordinatore del Governo ombra del Partito Democratico. Convinto sostenitore di Renzi, alle primarie per la premiership del 2012 e al Congresso del 2013, nel 2014 diventa vice Ministro dell’Economia, con la competenza al Bilancio. Al recente congresso del PD ha sostenuto la candidatura di Roberto Giachetti.

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Mandatario elettorale - Osvaldo Saio

Biografia

Nel 1976, a 26 anni, viene eletto segretario provinciale del PCI di Alessandria. Nel 1988, è l'estensore- con Rinaldo Bontempi- del manifesto federalista del PCI piemontese, che propone una svolta federalistica nella linea di politica istituzionale del partito.

Migliorista, nel 1986 propone al Congresso del PCI di stabilire "rapporti anche organizzativi con i partiti dell'Internazionale Socialista". Proposta in un primo tempo respinta, poi accolta nei fatti con la svolta della Bolognina (1989).

Eletto senatore nel 1994, è membro della segreteria nazionale del PDS e poi dei DS. Nel 2001, propone al congresso dei DS di Pesaro una mozione di orientamento liberalsocialista, che sostiene l'urgenza di costruire un unitario partito riformista. In nettissima minoranza a Pesaro (10.000 voti, il 4%), questa posizione sarà poi accolta nei fatti nel 2007, quando nasce il Partito Democratico.

Collabora con Veltroni alla stesura del celebre discorso del Lingotto e redige poi il programma del neonato PD per le elezioni del 2008. Dopo queste elezioni, è il coordinatore del Governo ombra del Partito Democratico. Convinto sostenitore di Renzi alle primarie per la premiership del 2012 e al Congresso del 2013, nel 2014 diventa vice Ministro dell'Economia, con la competenza al Bilancio. Al recente congresso del PD ha sostenuto la candidatura di Roberto Giachetti.

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Scritti e Interventi
ENRICO MORANDO, TESTA PENSANTE DI CUI LA SINISTRA LIBERALE EUROPEA NON PUO' FARE A MENO.
Questa pagina è un mio piccolo omaggio alla coerenza e alla lungimiranza di un grande amico, maestro di buona politica e compagno di tutte le battaglie per la riforma del mercato del lavoro e del welfare che ho combattuto nei miei dieci anni di lavoro in Senato – E il mio contributo alla sua elezione al Parlamento Europeo

Pietro Ichino.


Sono qui raccolti in ordine cronologico inverso, insieme ad alcune brevi note biografiche, i link a tutti gli scritti e interventi di Enrico Morando pubblicati su questo sito nell’arco degli ultimi undici anni, cui si aggiungeranno strada facendo i link ad altri suoi interventi nel corso della campagna elettorale per il Parlamento Europeo 2019, che si apre in questi giorni.
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Enrico Morando

NOTE BIOGRAFICHE – Nel 1976, a 26 anni, viene eletto segretario provinciale del PCI di Alessandria. Nel 1988, è l’estensore – con Rinaldo Bontempi – del manifesto federalista del PCI piemontese, che propone una svolta federalistica nella linea di politica istituzionale del partito.

Migliorista, nel 1986 propone al Congresso del PCI di stabilire “rapporti anche organizzativi con i partiti dell’Internazionale Socialista”. Proposta in un primo tempo respinta, poi accolta nei fatti con la svolta della Bolognina (1989).

Eletto senatore nel 1994, è membro della segreteria nazionale del PDS e poi dei DS. Nel 2001, propone al congresso dei DS di Pesaro una mozione di orientamento liberalsocialista, che sostiene l’urgenza di costruire un unitario partito riformista. In nettissima minoranza a Pesaro (10.000 voti, il 4%), questa posizione sarà poi accolta nei fatti nel 2007, quando nasce il Partito Democratico.

Collabora con Veltroni alla stesura del celebre discorso del Lingotto e redige poi il programma del neonato PD per le elezioni del 2008. Dopo queste elezioni, è il coordinatore del Governo ombra del Partito Democratico. Convinto sostenitore di Renzi alle primarie per la premiership del 2012 e al Congresso del 2013, nel 2014 diventa vice Ministro dell’Economia, con la competenza al Bilancio. Al recente congresso del PD ha sostenuto la candidatura di Roberto Giachetti.

Aggiungo a queste note tratte dal suo sito un’osservazione di cui sono testimone diretto: tutti coloro che hanno avuto a che fare con Enrico Morando, amici o avversari, concordano nel riconoscergli un grande rigore intellettuale e il rifiuto di qualsiasi faziosità, anche negli scontri più aspri.

Oggi è candidato al Parlamento Europeo nella lista Pd-Siamo Europei per il Nord-Ovest

Per dare un contributo alla campagna elettorale
di Enrico Morando, clicca qui

I SUOI INTERVENTI PUBBLICATI SU QUESTO SITO
NELL’ULTIMO DECENNIO

LA SCELTA “INDIPENDENTISTA” DI TUTTE LE OPPOSIZIONI E QUELLA EUROPEISTA DELLA MAGGIORANZA
Articolo di Enrico Morando e Giorgio Tonini pubblicato sul quotidiano il Foglio il 19 gennaio 2018

Il PD può e deve tendere a bipolarizzare il confronto elettorale: da una parte gli europeisti, capaci di collocare l’Italia nel concreto processo di costruzione della nuova sovranità europea; dall’altra gli “indipendentisti” o “sovranisti”, che puntano a un ritorno all’indietro rispetto al processo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa

L’ETÀ DELL’ORO DELLE SOCIALDEMOCRAZIE: ALLE RADICI DELLA CRISI
Videoregistrazione a cura di Radio Radicale dell’incontro promosso da LibertàEguale a Roma (foto qui a sinistra), il 13 novembre 2018, presso la Fondazione Città Italia, sul tema L’età dell’oro delle socialdemocrazie: alle radici della crisi, in occasione della presentazione del libro La casa nella pineta – Segue la trascrizione dell’intervento

“[…] Nel libro di Pietro Ichino la storia del rapporto tra le due sinistre è un filo conduttore centrale: è la storia del conflitto tra la sinistra che coltiva l’antagonismo lavoro/impresa e quella che persegue invece l’obiettivo della massima possibile valorizzazione del lavoro attraverso l’impresa […]”

LE CONCLUSIONI ALL’ASSEMBLEA DI LIBERTÀEGUALE.
Testo integrale e sintesi del discorso conclusivo del Presidente di LibertàEguale Enrico Morando all’Assemblea annuale dell’Associazione svoltasi a Orvieto il 2 e 3 dicembre 2017

“Europa, alleanza con Macron e semipresidenzialismo: le nostre proposte per la campagna elettorale del 2018”

BILANCIO 2018 – 3. IN SENATO UN’OPPOSIZIONE TOTALMENTE PRIVA DI IDEE ALTERNATIVE
Replica del vice-ministro dell’Economia Enrico Morando al termine della discussione generale sul disegno di legge di bilancio, dal resoconto stenografico della sessione anti-meridiana del Senato del 30 novembre 2017

Né il Centro-destra, né il M5S, né Mdp e Sinistra Italiana, hanno proposto scelte diverse rispetto alle linee-portanti della politica economico-finanziaria proposta dal Governo: gli emendamenti presentati riguardano soltanto prelievi marginali in favore di questa o quella categoria o realtà locale

Enrico Morando in Senato, in veste di Vice-Ministro dell’Economia, nella XVII legislatura

UN’AGENDA PER LA NUOVA SINISTRA
Articolo di Enrico Morando, viceministro per l’Economia, pubblicato sul Foglio del 5 maggio 2017

Cosa può fare la gauche europea per non guardare all’indietro e farsi inghiottire dal populismo – Proporre una declinazione del globalismo attenta all’equilibrio tra meriti e bisogni – Mettersi, credendoci per davvero, alla guida di una Europa più unita

UNA STRATEGIA PER LE RIFORME, DOPO IL DISASTRO DEL 4 DICEMBRE
Conclusioni del seminario aperto della Presidenza di LibertàEguale svoltosi a Roma il 10 febbraio 2017

Le linee di un rilancio possibile della strategia di adeguamento strutturale del nostro paese alle sfide dell’integrazione europea e di una globalizzazione con la quale dovremo comunque fare i conti

MOZIONE RENZI: UN PROGRAMMA INCENTRATO SULLA COSTRUZIONE DELLA NUOVA UNIONE EUROPEA
Articolo di Enrico Morando per la presentazione della mozione congressuale di Matteo Renzi, pubblicato anche sul sito idemlab.org, marzo 2017

Primarie ed elezione diretta del presidente ue, competenza (e bilancio) ue su difesa, immigrazione e confini esterni, ricerca e contrasto alla disoccupazione non strutturale, politiche nazionali centrate sull’obiettivo dell’integrazione continentale: qui sta il discrimine fondamentale

IL PD E L’AGENDA MONTI
Documento predisposto da Pietro Ichino ed Enrico Morando per l’assemblea aperta su Il PD e l’Agenda Monti del 29 settembre 2012

Un memorandum sugli impegni che riteniamo debbano caratterizzare il programma elettorale del pd per le prossime elezioni, in continuità con la strategia europea del governo che il pd stesso sta sostenendo in questo ultimo tratto della legislatura, ma anche con alcune rilevanti integrazioni

CHE COS’È LA SPENDING REVIEW
Articolo di Enrico Morando, capogruppo Pd alla Commissione Bilancio del Senato, pubblicato su Europa il 7 luglio 2012

Non è l’operazione che si compie una tantum, per superare una crisi con una tirata di cinghia, ma un metodo di governo da applicare sempre, giorno per giorno, senza mai dare per scontato che ciò che si è stanziato una volta debba rimanere stanziato per virtù propria

RISOLTA LA QUESTIONE DEI RITARDI DI PAGAMENTO DEI DEBITI STATALI VERSO LE IMPRESE
Dichiarazione di voto di Enrico Morando per il Gruppo Pd al Senato, nella seduta pomeridiana del 4 luglio 2012, sulla legge di conversione del decreto-legge n. 3284-B, recante  “Razionalizzazione della spesa pubblica”

Una norma introdotta dal senato nel disegno di legge del governo consente al creditore di ottenere la certificazione del credito stesso in funzione dell’anticipazione bancaria e della compensazione con il debito fiscale

Enrico Morando e Giorgio Tonini, ispiratori della politica economica del Pd negli anni della segreteria Veltroni

A CHE PUNTO È LA NOTTE
Intervento di Enrico Morando svolto  al Senato nella seduta antimeridiana del 26 aprile 2012

Perchè in Italia oggi non ha senso la contrapposizione tra “rigoristi” e “sviluppisti” – Il “sentiero stretto” per uscire dalla crisi

TANTE COSE BUONE NELLA RIFORMA DEL LAVORO, MA UN ERRORE C’È STATO
Articolo di Enrico Morando pubblicato su l’Unità il 11 aprile 2012

La scelta di applicare fin da subito la nuova disciplina dei licenziamenti a tutti i lavoratori, compresi i vecchi dipendenti regolari a tempo indeterminato, ha inevitabilmente prodotto una riduzione dell’incisività dei contenuti della riforma rispetto al disegno più ambizioso iniziale

SE MONTI CE LA FA LA LEGA FALLISCE (E VICEVERSA)
Intervento di Enrico Morando estratto dal resoconto stenografico della sessione del Senato del 22 dicembre 2011

Perché il partito di Bossi punta al default del debito italiano e, simmetricamente, perché il Pd deve considerare questo Governo di salvezza nazionale come il laboratorio dal quale far emergere la propria nuova identità politica

IL DIBATTITO IN SENATO SUL DECRETO DI FERRAGOSTO
Interventi di Enrico Morando, Maurizio Castro, Nicola Rossi e Franco Marini, estratti dal resoconto stenografico delle sessioni del Senato del 6 e 7 settembre 2011, nelle quali si è svolto il dibattito sul disegno di legge di conversione del decreto-legge 13 agosto 2011 n. 138

Due interventi sui difetti generali della manovra-bis con cui il Governo intende rispondere alla crisi finanziaria e due interventi sulla contestatissima norma in materia di diritto sindacale e del lavoro

COSTRUIRE L’ALTERNATIVA SU PROGRAMMI INCISIVI, NON SU SANTE ALLEANZE
Articolo di Enrico Morando, pubblicato su il Foglio il 4 marzo 2011

L’alternativa al Governo Berlusconi non si costruisce mettendo in piedi “sante alleanze” che vanno da fini a vendola, ma puntando su pochi punti programmatici precisi

RICETTE PER TORNARE A CRESCERE 
Interviste a Pietro Ichino ed Enrico Morando, a cura di Antonino Leone, pubblicate on line nel n. 2 di Sistemi @ Impresa, febbraio 2011

Le proposte del movimento democratico sul terreno dell’economia e delle relazioni industriali per rimettere in moto l’Italia

PER UN PROGRAMMA DEI DEMOCRATICI SULLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI
Documento redatto da Pietro Ichino ed Enrico Morando, presentato dal Movimento Democratico come contributo all’assemblea programmatica del Partito Democratico svoltasi a Roma il 4 e 5 febbraio 2011

Al collasso della “riforma Brunetta” occorre rispondere con un rilancio deciso delle parole d’ordine della trasparenza, valutazione indipendente, benchmarking spending review, clamorosamente disattese dal Governo,  e concentrare tutte le risorse su tre obiettivi prioritari

MORANDO: LE RIFORME DI CUI L’ECONOMIA ITALIANA HA BISOGNO
Intervento in Senato di Enrico Morando nella discussione sul Progetto di programma nazionale di riforma per l’attuazione della Strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva – Europa 2020 – Seduta antimeridiana del 10 novembre 2010

Il dualismo del mercato del lavoro affossa le capacità competitive del sistema, oltre a provocare quella tragica ineguaglianza e ingiustizia sociale che ben conosciamo

DOBBIAMO SAPER ANDARE ALLA RADICE DEL MALE OSCURO DI CUI SOFFRE L’ECONOMIA ITALIANA
Intervento del senatore Enrico Morando all’Assemblea nazionale del Partito Democratico – Roma, 21 maggio 2010

Una manovra emergenziale, di misure temporanee, come quella cui si accinge il governo, rischia di solo accelerare il collasso – il pd deve battersi per riforme strutturali nei campi decisivi della p.a. e della spesa pubblica, del fisco e dell’apertura dei mercati chiusi – occorre un piano triennale per il rilancio della competitività e della qualità sociale dello sviluppo

Amici e avversari concordano nel riconoscere a Enrico Morando (qui in una foto del 2010) un grande rigore intellettuale e il rifiuto di qualsiasi faziosità

GLI INTERVENTI DEI SENATORI PD NEL DIBATTITO SUL COLLEGATO-LAVORO ALLA FINANZIARIA 2010
Testi tratti dal resoconto stenografico della seduta pomeridiana del Senato del 3 marzo 2010, nella quale si è svolta la discussione del d.d.l. n. 1167-B  in quarta lettura

Gli interventi di Pietro Ichino, Enrico Morando e Tiziano Treu e il dibattito con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, e con il relatore del d.d.l. n. 1167-b, Maurizio Castro: le nuove norme sull’arbitrato per equità nelle controversie di lavoro sono incostituzionali e lesive dei diritti dei lavoratori

IL DISEGNO DI LEGGE PER LA DETASSAZIONE SELETTIVA DEI REDDITI DI LAVORO DELLE DONNE
Testo del disegno di legge n. 2102 presentato al Senato dai senatori Enrico Morando, Pietro Ichino, Paolo Nerozzi e altri il 28 aprile 2010

Una “azione positiva” incisiva per l’aumento del tasso di occupazione femminile italiano, ancora lontano dall’”obiettivo di Lisbona” del 60% – Alla misura fiscale si aggiunge, per la prima volta, un esperimento condotto secondo un rigoroso metodo scientifico, per misurare con precisione gli effetti dell’incentivo economico

IL CONTRIBUTO PER IL CONGRESSO DEL PD 2009
Documento politico di Enrico Morandosettembre 2009

L’imminente Convenzione nazionale del PD è chiamata a scegliere leader e linea politica del partito, dopo la convulsa fase della sua costituzione (ottobre 2007), della sconfitta elettorale e del primo anno di opposizione al Governo di centro-destra. In questo documento Enrico Morando – senatore del Pd – riassume, dal suo punto di vista, i termini essenziali del confronto. Con i primi cinque punti (la nuova alleanza tra merito e bisogni; partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria; partito aperto, degli iscritti e degli elettori; un nuovo internazionalismo democratico; una scelta chiara tra linee alternative) egli si propone di illustrare i cardini del posizionamento politico – funzione, natura e linea politica – che ritiene preferibile per il Pd. La seconda parte del documento non ha la pretesa di essere un programma di governo: sono solo degli esempi, per orientare la discussione congressuale e mostrare all’opera i principi illustrati nella prima parte.

News
  • 4, Apr 2020

    Crisi Covid, l’Ue o ne esce unita o si affonda tutti insieme
    Enrico Morando — 3 Aprile 2020

    L’opposizione dei Governi dei “Paesi del Nord” – Germania compresa – all’emissione di titoli di debito pubblico dell’Euroarea per far fronte alla crisi coronavirus è priva di giustificazioni razionali: se il fattore fondamentale che la genera è in grado di colpire in modo simmetrico tutti gli Stati membri, è addirittura ovvio che una reazione asimmetrica (ciascuno Stato usa gli spazi fiscali che ha; e quelli che ne hanno poco chiedono l’intervento del Mes, a condizionalità data), non è in grado di condurre l’Area fuori dalla tempesta. Quindi, bisogna insistere fino a riuscire a convincere, nel poco tempo disponibile. Non abbiamo alternative, perché “fare da soli” – se si esce dal teatro della propaganda e ci si misura con la difficoltà del contesto reale – non è una alternativa: è il suicidio.

    Lo prova ciò che è accaduto nelle ore successive alla disastrosa frase di Lagarde (non è compito della Bce ridurre lo spread), che esattamente questo voleva dire: ognuno per sé. I mercati ne hanno preso immediatamente atto e lo spread è schizzato verso l’alto. Quello tra i titoli decennali italiani e tedeschi, prima di tutto. Ma, attenzione: dall’inizio della crisi coronavirus tutto il sistema degli interessi sui titoli del debito pubblico degli Stati membri dell’Euroarea si è mosso verso l’alto: quello sul Bund decennale tedesco è salito di 60 punti base; quello della Francia di 80.

    Se c’era bisogno di una conferma circa il carattere simmetrico della crisi, questi spostamenti in un’unica direzione ce lo confermano. Gli investitori e i risparmiatori hanno capito che il deficit e il debito di tutti gli Stati si alzeranno enormemente, per finanziare prima l’emergenza sanitaria, poi la sopravvivenza e infine la ripresa dell’apparato produttivo europeo, da sostenere sia dal lato della domanda, sia dal lato dell’offerta. E, ovviamente, hanno segnalato di non essere disposti a farlo senza chiedere che, a debito e a conseguente rischio più elevati, corrisponda un più elevato rendimento.

    Dimostrando coi fatti – anche alla sua Presidente (?!) – che la Bce deve (ed è in grado di) garantire “costi quel che costi” una omogenea trasmissione all’intera economia dell’Area della sua politica monetaria, il Consiglio Direttivo ha approvato un programma aggiuntivo di acquisti 2020 per ben 750 miliardi. E, soprattutto, ha deciso di cancellare il vincolo a che gli acquisti di titoli di ciascun Paese siano tenuti in limiti direttamente proporzionali alla dimensione relativa dell’economia del Paese stesso (per l’Italia, il 13%). In sostanza, nel Consiglio Bce si è formato un ampio consenso sulla necessità di uscire da un vincolo che avrebbe impedito, nel caso del concentrarsi delle difficoltà sul debito di un Paese membro- nel contesto di una più generale crisi dell’Area euro-, di incrementare il volume degli acquisti Bce di titoli di quel Paese, “per quanto necessario e per tutto il tempo necessario”.

    Il passo è davvero enorme, e ha potuto essere compiuto -a mio parere – in virtù del fatto che questa volta il fattore originario della crisi colpisce, almeno potenzialmente, tutti i Paesi membri in modo simmetrico, così convincendo anche i più riottosi membri del Consiglio di una verità di cui in passato non avevano voluto prendere atto: in un contesto generale di recessione, l’intero edificio dell’euro può rovinare su se stesso se si abbandona al suo destino anche uno solo dei Paesi membri. Il quale Paese – sia chiaro – non ha alcun diritto di chiedere che gli organismi comunitari paghino al posto suo i debiti eccessivi contratti in passato e male usati (il rischio paventato dai Paesi nordici, non senza qualche buona ragione: si veda la legge di bilancio gialloverde 2019-2021).

    Ma ha il diritto (e anche il dovere, se l’idea del “bene comune” non è del tutto smarrita), di chiedere che l’intera potenza degli organismi comunitari venga impiegata quando l’incendio che lo minaccia non ha nulla a che vedere coi suoi debiti passati, ma nasce da un agente esterno e appare in grado di aggredire l’intero edificio comunitario.
    Con questa decisione la Bce ha compiuto un passo molto importante verso una concreta forma di “solidarietà monetaria”, perché – scegliendo di poter differenziare il programma di acquisti in rapporto alle esigenze del singolo Paese -, ha affermato di fatto la possibilità di monetizzare una certa componente del debito pubblico.

    Il comunicato del Consiglio direttivo della Bce afferma la nuova visione con chiarezza: «Nella misura in cui alcuni limiti autoimposti ostacolassero l’azione che la Bce è tenuta a intraprendere per adempiere al suo mandato, il Consiglio direttivo prenderà in considerazione la possibilità di rivederli nella misura necessaria per rendere la sua azione proporzionata ai rischi che dobbiamo affrontare». Non è un caso che sia un organismo “integralmente” federale come la Bce – l’unico, tra quelli dell’Unione, a essere davvero tale – a prendere su di sé l’incarico di indicare la strada da seguire ai governi e ai cittadini europei nel loro complesso.

    Altro che “facciamo da soli”, dunque. Oggi è possibile utilizzare le scelte compiute dalla Bce come la prova della efficacia dell’approccio comunitario – il costo del debito pubblico è immediatamente tornato a dimensioni “normali”dopo la decisione della Banca centrale: in sua assenza, oggi si starebbe già discutendo del default del debito pubblico italiano-, rispetto a quello intergovernativo. Quest’ultimo infatti, fondato sulla contrattazione tra gli Stati in presenza di problemi che hanno soluzioni a somma zero (ciò che guadagna uno viene perso dall’altro), non può risultare utile quando il problema da risolvere è lo stesso per ogni Stato membro e impone soluzioni cooperative, pena il male comune.

    Sottolinearlo, non è vuota retorica europeista: di fronte ai ritardi e ai rinvii degli organismi politici dell’Unione, molti cittadini e la quasi totalità dei commentatori hanno intonato il “de profundis” sulla costruzione europea in quanto tale: a che serve l’Unione, se non ha un ruolo in circostanze così drammatiche? Lo Stato nazionale è la nostra salvezza: possiamo farcela anche da soli. Che nella gestione di una crisi come quella del coronavirus lo Stato nazionale – anche quello delle “piccole” nazioni europee – abbia molto da dire e da fare, è ovviamente vero. Ma sono bastate poche ore per distinguere questo “vero” dalla facile propaganda anti-europea. Lo ha spiegato bene Olivier Blanchard: quando è scoppiata la crisi, il debito pubblico italiano era pari al 135% del Pil e lo Stato pagava, sulle nuove emissioni, un tasso di interesse inferiore all’1%. Per la stabilizzazione del debito a quei livelli, bastava dunque un avanzo primario annuo attorno all’1%. Ampiamente sostenibile.

    Ma se la crisi coronavirus riduce di molto le entrate (tutto chiuso, giustamente) e aumenta enormemente le uscite (tutto il necessario a salvare vite umane, giustamente), mentre lo spread aumenta (in un solo giorno, quando sembrava che la “Bce non fosse al mondo per ridurlo”, oltre 100 punti base in più), e con lui i tassi di interesse salgono, l’avanzo primario necessario per stabilizzare il debito (nel frattempo salito vicino al 145% del Pil) sarebbe più vicino al 5% annuo che all’1. Assolutamente insostenibile, sia economicamente (una simile stretta accentua la caduta del Pil), sia politicamente (l’offensiva populista, già formidabile, avrebbe facilmente ragione delle residue resistenze liberaldemocratiche).

    Il rischio che la crisi coronavirus torni ad alimentare una violenta offensiva populista, consentendo ai partiti che la conducono di lucrare consenso facendo da cassa di risonanza ai ritardi, alle incertezze e alle assenze degli organismi politici comunitari, è molto elevato: oggi i cittadini europei stanno diligentemente sopportando, in nome del bene comune, gravi limitazioni alle loro libertà e concreti disagi. Ci vuole poco a trasformare tutto questo in rabbia verso chi – l’Unione Europea – dovrebbe e potrebbe aiutare, ma non lo fa (o non lo fa nella misura necessaria). In Italia, Salvini sta da giorni soffiando sul fuoco: «… Noi vogliamo usare i soldi degli italiani. L’anno scorso il Pil degli italiani è stato pari a 1 miliardo e 800 milioni di euro; la spesa pubblica è stata pari a 800 milioni di euro. I soldi ci sono. Possiamo fare una emissione di Buoni del Tesoro straordinaria, garantita dalla Bce, e rivolta alle banche italiane e ai risparmiatori italiani? Sì, possiamo farlo…».

    Lasciamo stare gli strafalcioni sulle dimensioni del debito e della spesa (sono entrambi mille volte più grandi)… Lasciamo stare che la spesa statale al 100% del Pil non l’avevano neppure in Unione Sovietica… Lasciamo stare che la Bce, per statuto, non può “garantire” il debito di un singolo Paese. E lasciamo pure perdere, per carità di patria, l’ineffabile intervistatrice della tv pubblica: «Non c’è il rischio che questa emissione… ci metta in condizione di essere poi sotto, insomma, il Fondo salva Stati?». Tutto ciò dimostra soltanto che il leader del centrodestra italiano,- con buona pace di quanti invocano il Governo di unità nazionale -, non sa nulla di ciò che dovrebbe sapere per svolgere il suo ruolo di capo della opposizione. Prima o dopo, i cittadini italiani (e anche i conduttori di salotti televisivi) se ne accorgeranno.

    Ha invece grande importanza – per il presente e il futuro dell’Italia – ciò che queste parole dimostrano, al di là di ogni ragionevole (o interessato) dubbio: Salvini non intende – e forse non può – rinunciare alla architrave che regge l’intera sua costruzione politica: l’Italia fuori dall’euro e, se è necessario a questo scopo, fuori anche dall’Unione. Questo rende anche politicamente urgente la svolta verso la costruzione di una politica fiscale dell’Europa: senza questa seconda gamba, lo strumento della politica monetaria – per quanto ben utilizzato – non ha la potenza di fuoco necessaria.

    Qualcosa di rilevante si è mosso, in questi giorni, ma ancora non ci siamo. L’attivazione della “general escape clause” da parte della Commissione è certamente una notizia buona. Ma è anche, per dirla chiaramente, una notizia ovvia. Recita infatti il Six Pack (sì, quello che allora, nel 2011, non avremmo dovuto firmare): «In periodi di severa recessione per la Zona euro o tutta l’Unione europea, gli Stati possono temporaneamente allontanarsi dall’aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine (OMT), posto che ciò non metta a rischio la sostenibilità di bilancio nel medio termine». Se quello che stiamo vivendo non è un “periodo” che solleciti l’applicazione di questa clausola, quale mai lo sarà? Fino a qui però, siamo nel contesto della “eccezione”; del “temporaneo”.

    Dunque, della emergenza che reclama rimozione dei vincoli per gli Stati membri. Benissimo. Ma i bilanci degli Stati membri sono diversi: ammesso che tutti usino lo spazio fiscale che hanno (e lo faranno, tutti. Oh, se lo faranno…), il motore così alimentato (ed aiutato dalla politica monetaria – anche selettivamente – ultraespansiva) non avrebbe la potenza di traino necessaria per uscire dal pantano della crisi. E, soprattutto, sarebbe un motore che fornisce una spinta asimmetrica, mentre nel pantano della crisi ci sono tutti gli Stati membri.

    Tutt’altra cosa se l’attivazione della clausola sospensiva è da intendersi come la prima, indispensabile scelta sulla strada che conduce l’Area dell’euro a dotarsi di un suo bilancio. Altro che dilemma su cui è bloccato il Bilancio dell’Unione: l’1% del Pil dell’Unione o l’1,..? No, si deve trattare di quel Bilancio dell’Euroarea – uscite proprie ed entrate proprie- che può finalmente far camminare “mano nella mano” la politica monetaria e quella fiscale, altrimenti destinate a neutralizzarsi (quando va bene), o ad ostacolarsi (quasi sempre) reciprocamente.

    Nel giugno del 2018, a Meseberg, Merkel e Macron sostennero di comune accordo «l’istituzione del Bilancio dell’Eurozona. Per la competitività, la convergenza, la stabilizzazione, a partire dal 2021» (dal comunicato finale). Allora, fu il governo italiano Conte 1º a mandare tutto all’aria, inseguendo la sua propaganda sull’immigrazione e la Legge di bilancio balconara. Adesso, molto opportunamente, è lo stesso Conte – a capo di un diverso Governo – a proporre che il Mes emetta titoli di debito per finanziare gli interventi europei nella crisi coronavirus.

    È un bel cambiamento. Non credo che lo specifico strumento del Mes sia quello giusto, per la crisi che abbiamo di fronte: concepito per fare fronte a crisi del debito di singoli Paesi, esso si trascina dietro un complesso sistema di governance e di condizionalità, che lo rendono poco adatto a essere impiegato per la gestione di una crisi economica generalizzata. E l’esigenza di modificarne profondamente le regole crea più problemi (politici) di quanti ne risolva.

    Ma il problema non è lo strumento tecnico: il nodo da sciogliere è quello che apre o chiude la porta della politica fiscale dell’Euroarea. Se c’è la volontà politica di aggredirlo, si troverà certamente la soluzione adeguata: in ultima analisi, dovranno essere le entrate proprie dell’Euroarea a garantire i debiti accesi sul merito di credito dell’Area stessa, non dei singoli stati. Non potrà trattarsi in nessun caso dei debiti contratti dagli stati membri in passato.

    Quelli, dovranno essere ripagati da ciascuno, senza eccezioni e furbizie. In questo senso, l’Italia deve dimostrare consapevolezza degli errori compiuti in passato (che spiegano la diffusa diffidenza nei nostri confronti), ma anche assoluta determinazione nel perseguire le scelte che sono indispensabili, nell’interesse di tutti i cittadini europei.
    Due iniziative politiche potrebbero servire, a questo scopo: il voto del Parlamento per ratificare il trattato sul “nuovo” Mes e l’approvazione di una mozione parlamentare che, impegnando il governo a compiere ogni sforzo per decidere, con gli altri partner dell’euro, per la creazione di un Bilancio dell’Euroarea, affermi solennemente che esso non deve essere rivolto a mettere in comune i debiti passati (quelli, sappiamo di averli usati male e di doverli pagare noi), ma a fare insieme investimenti sul futuro comune.

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  • I 120 anni del Labour e le tre sfide dei progressisti | LibertàEguale

    25, Feb 2020

    In occasione dei 120 anni del Labour tiene un grande discorso sulla crisi del partito e sulla necessità di cambiare l’approccio ai problemi. E propone tre sfide strategiche valide per tutti i progressisti in Europa (e in Italia)

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  • Per chi è a Roma il 31 gennaio segnalo questo importante evento!

    28, Gen 2020

    Per chi è a Roma il 31 gennaio segnalo questo importante evento!

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  • Statalismo e populismo non sono la soluzione | Fondazione PER

    22, Gen 2020

    “Il luogo comune più diffuso del momento: siamo stati subalterni alla cultura neoliberale, o, più volgarmente, al neoliberismo, ed è stato questo cedimento ad aprire la strada al populismo.
    Questo luogo comune è in realtà infarcito di semplificazioni prive di argomenti. Intanto, vorrei che qualcuno mi spiegasse che cos’è il neoliberismo. Se per neoliberismo si intende – e mi pare l’unico senso possibile – la tesi che il mercato si autoregoli e non abbia bisogno di regole pubbliche, non mi pare che nessuno sostenga o abbia sostenuto questa tesi e certamente nessuno in qualunque sinistra in qualunque parte del mondo. In verità non lo sostengono neppure i liberali. Il neoliberismo è un mito, un comodo espediente intellettuale per non affrontare i problemi reali.
    Tornare allo statalismo socialdemocratico (e comunista) è una strada sbagliata. Bisogna trovare una forma politica e culturale nuova, un nuovo e autonomo modo di raccontare la società, i suoi problemi, le sue opportunità. Non possiamo pensare che la disuguaglianza si combatta soltanto con la redistribuzione. Il ruolo redistributivo dello stato resta, ma non può essere il centro della politica per la società giusta. Bisogna produrre ricchezza, cioè bisogna puntare sul lavoro e sulla crescita: la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico che l’accompagna danno infinite opportunità in questo senso. Certo che vogliamo una società più giusta, ma questo si ottiene mettendo al centro la redistribuzione, cioè lo statalismo, oppure mettendo al centro la crescita, cioè il lavoro, la sua produttività e la sua dignità?”
    Segnalo qui un altro contributo per il Quaderno 1-2020 della Fondazione PER (“Non c’è futuro senza crescita”). L’autrice è Claudia Mancina.

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  • Per il futuro dell'Italia servono crescita e lavoro | Fondazione PER

    22, Gen 2020

    Il Quaderno 1-2020 della Fondazione PER ospita un intervento di Giorgio Gori molto interessante.
    Dice tra l’altro Gori:
    “Se l’Italia non riprende a crescere è come cercare con fatica di riempire un secchio bucato. La verità è che senza crescita non abbiamo futuro. E la crescita richiede impegno, fatica, intelligenza e solidarietà: tutte cose oggi piuttosto impopolari. Dobbiamo evitare di dirle perché sono impopolari? Se preferite possiamo accodarci all’onda retrotipista, alla nostalgia del passato, e rituffarci nel ‘900, nella critica del capitalismo sfruttatore, e fustigarci per aver fugacemente creduto che il mercato possa determinare delle opportunità, abiurare il jobs act e i governi Letta, Renzi e Gentiloni. In questi giorni ho sentito parecchia gente suonare questo spartito. Porta voti? Ho qualche dubbio.
    Anche a me sta a cuore la giustizia sociale, insieme alla libertà. E’ per questo che faccio politica. Ma un partito serio – se ci tiene – ha il dovere di chiedersi come, con quali strumenti, nell’Italia degli anni Venti, quell’obiettivo si possa realizzare. Io non credo ci siano molte alternative. Se vogliamo arrivare a quell’obiettivo dobbiamo mettere il lavoro e l’occupazione al centro dell’agenda del Partito Democratico e del Paese.”

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  • Dallo sviluppo alla decrescita: la marcia del gambero della sinistra | Fondazione PER

    20, Gen 2020

    Segnalo l'articolo di Giovanni Cominelli sul Quaderno 1-2020 della Fondazione PER dal titolo: "Non c'è futuro senza crescita".
    Dice, tra l'altro, Cominelli:
    "L’Assemblea di rifondazione del PD a Bologna, dal 15 al 17 novembre 2019, ha confermato questo mood. L’analisi lamentosa ed egemone è la solita: la sinistra è stata succube del neo-liberismo. Si impone, dunque, un ritorno alle radici: questo lo slogan.
    La "riserva escatologica” del PCI, di cui Berlinguer è stato l’ultimo autentico custode, evaporò, dopo la sua morte. Il venir meno del soggetto-classe operaia per ragioni socio-economiche rese del tutto impraticabile il progetto del superamento dei meccanismi della produzione capitalistica. Così il PCI si gettò, già nel corso degli anni ’80, sui diritti e sugli “ultimi”. Da partito della classe operaia a “partito radicale di massa”, come intravidero per tempo Augusto del Noce e Baget Bozzo. La politica economico-sociale ne conseguì: assistenza e redistribuzione.
    La reazione fondamentalista è tipica dei grandi agglomerati ideologici, quando sono esposti alle burrasche delle epoche di passaggio. Fondamentalismo, cioè ritorno ai fondamenti, alle radici. Se oggi siamo inadeguati rispetto al presente, è perché abbiamo tradito l’eredità dei nostri maggiori. Di qui il “ritorno a Marx”, la riscoperta della “classe”, l’appello neo-berlingueriano e bergogliano all’attenzione agli emarginati, agli ultimi… L’intenzione è quella della “riconnessione sentimentale al nostro popolo”, la riscoperta dell’identità della sinistra degli oppressi e dei deboli. Il fallimento del comunismo e la crisi del patto socialdemocratico hanno spinto il PCI-PDS-DS-PD ad abbandonare i temi della produzione e dello sviluppo per gareggiare con una destra, che, a sua volta è passata dal liberismo filocapitalista all’assistenzialismo, al debito pubblico, al populismo e alla decrescita.
    Ma il nocciolo duro del marxismo – quello dello sviluppo delle forze produttive umane – continua a parlare nel presente.
    Sinistra vuol dire libertà e liberazione. Sinistra vuol dire sviluppo umano. Tutto ciò, oggi, si chiama lavoro, scienza, tecnologia, istruzione e educazione. Lavoro, cioè cooperazione di tutte le forze del lavoro imprenditoriale e di quello dipendente, che trasformano la materia in energia e in vita. Il lavoro è la modalità di presenza attiva degli esseri umani nella società e nella storia del mondo. Farsi carico degli ultimi, dei poveri, delle periferie, dei nuovi emarginati è possibile solo se la sinistra è capace di politiche di sviluppo."

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Album dei Ricordi

Inaugurazione di una Cooperativa Agricola con Giancarlo Pajetta 

alla Croce Verde di Alessandria con Felice Borgoglio

Convegno a Genova, il Primo a sinistra Prof. Pittaluga - al centro al microfono il Prof. Petroni

in Uzbekistan, nel 1978, all'epoca ero Segretario Provinciale del PCI.

La prima tessera da Senatore 1994

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Alla Coce Rossa di Alessandria

Con mia sorella Grazia

Primo Manifesto Elettorale 1994

Elezioni 1996 con Fabrizio Palenzona e Gianni Rivera

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